02-02-2012 - Chi resiste alla memoria
Sul nostro cammino abbiamo incontrato la critica letteraria, Antonietta De Luca, la quale ha recensito "Chi resiste alla palude" dell' attore Francesco Lande, spettacolo ospite del nostro teatro.
Chi resiste alla memoria
di Antonietta De Luca
A chi conserva tracce di chi sono
Tra posare nudi per tutto l'oro del mondo e ridere davanti a un attore pagando pochi euro di biglietto, cosa preferireste voi? Io ridere davanti a un attore, soprattutto se porta il nome di Francesco Lande, soprattutto se viene a raccontarmi una storia che mi riguarda.
Dalla memoria fuggo ormai da troppo tempo, l'ho realizzato poco più di un anno fa davanti al cancello di un luogo caro dell'infanzia, davanti a volti che solo sfiorarli con lo sguardo, be'... tana liberi tutti! E' lì e allora che ho deciso di lasciare indietro chi resiste alla memoria. E sono tornata. Finalmente at home.
Quando siamo arrivati, Latina si chiamava già così. E' solo un caso se, della nostra storia è entrata a far parte proprio questa città dove mio fratello per primo ha avuto i suoi natali nell'Agosto del 1979. Davanti al teatro comunale - molto diverso da quello di adesso - c'era un alimentari che si chiamava "Il dragone", ricordo ancora il giorno del trasloco. Venivamo da Milano. Immigravamo dal nord, mentre in Lombardia, nel 1970, i miei genitori erano immigrati dal Sud, uno da Napoli, l'altra da Reggio Calabria. Nella mia vita ci sono state, sin dall'inizio, sempre quattro città e neanche l'ombra di un pioniere delle bonifica o di un nonno sardo, come nella famiglia dell'attore, perché qui, a trasformare la palude, erano venuti da diverse regioni, non solo dal Veneto e dal Friuli, ci ripensavo quella sera al teatro.
Documenti scritti, dietro il monologo redatto e diretto da Francesco Lande, Riccardo Mallus e Giulia Tolli, pochi: padrona della scena la cultura orale tramandata dai pionieri ai loro figli ed ai nipoti. Ed ecco il passaggio del testimone generare un testo fitto di parole, di ricordi, di perplessità, ma anche di promesse, un testo davvero difficile da interpretare per oltre un'ora nell'oscurità scenografica dello spazio di Opera Prima, tra gli aneddoti e la variegata intonazione degli accenti e dei dialetti di chi dalla palude è passato davvero. Littoria, Latina, ma per qualcuno ancora il Quadrato e la maledizione della malaria su Velletri, quando le zanzare correvano la pista del faro orientato a nord-est.
Mio nonno ha fatto la Resistenza sui treni. E quando penso ai nonni dei borghi, la prima immagine che mi viene in mente è il mezzo busto del duce. Resistenza-treni contro mezzo-busto-duce. Dieci a zero. E se mi sento latinense non è certo per la provenienza da quella Latina che viene dai poderi. Eppure è importante raccontarsi quanto accade in questi luoghi, perché la storia qui è così giovane, mentre è così antica da risultare molto ben rimossa, che ognuno può costruirne un pezzetto anche solo con una narrazione brevissima, può accompagnare, nel viaggio tra l’intricata trama dei “canali”d’acqua, gli amici conosciuti in questa città, intrecciando la sua voce a quelle della propria e di altre generazioni, può abbinare immagini a storie, giochi, leggende, dicerie e fantasie vissuti a Latina nel suo tempo, e ricostruirne la dieresi con l'accento che ha perso o con quello che ha acquisito, nel paesaggio collinare o in quello marino o magari nelle librerie in città o tra i baci rubati tra gli scaffali della biblioteca, un po' come fa il pioniere di questo spettacolo.
E tuttavia, io la mia guerra al localismo, la continuo: non arretro. Ora, però, so che a Latina, seppur tra mille contraddizioni, si cela - e di tanto in tanto si svela - quel qualcosa che mi fa ritrovare me stessa, che mi fa sentire che è solo qui che so esattamente chi sono, io con la mia calata romana che in famiglia non è di nessuno, io con l'eco delle manifestazioni al liceo di sinistra, io con la spiaggia e la pioggia della passione più controversa e radicale, io con il cortile delle grandi amicizie pieno di dolori tradìti e finalmente tràditi.
Stasera, quando Francesco mi ha detto: "Mentre recitavo, ti sentivo ridere e la tua risata era così bella che mi dava coraggio", dai treni e dal Quadrato, mio nonno e il suo hanno cominciato a stringersi la mano e io ho smesso per sempre di resistere alla memoria.
|